Cave di Bafal


La diramazione della strada del Lisan che sale da Bolzana di Ragoli al remoto nucleo abitativo di Cerana passa dal luogo denominato Bafal, ove ancor oggi sorge una vetusta edicola — più volte restaurata e rimaneggiata —, il cui tetto, fino a non molti anni fa, attraversava per intero la sede stradale. Si tratta di uno dei tanti 'capitelli' sacri posti ai confini di un villaggio, lungo le strade d'accesso ai paesi, sui dossi, che acquistano la funzione apotropaica di 'sentinella' capace di scongiurare malattie, frane, alluvioni, incendi... Fungevano spesso da tappe per le rogazioni, le processioni che si facevano per propiziare il raccolto e per allontanare i pericoli generati dalle avversità at-mosferiche.
In questa località si radunava e si svolgeva la pubblica regola di Manez, come documenta il più antico statuto che ne disciplinava il funzionamento, compilato nell'anno 1377: "Nel Nome di Dio [...]. Correndo l'anno [...] 1377 [...] in giorno di domenica, il 24 del mese di maggio, nel territorio di Preore, Pieve di Tione, Diocesi di Trento e nel luogo ove si chiama a Bafale, nella strada comune dove si fa e si conclama la Regola e Consiglio del monte di Manez dello stesso Preore [.. .]"26.
Allo stato attuale delle ricerche, sembra che lo spazio antistante il capitello di Bafal fosse riservato esclusivamente alle assemblee della regola di Manez, che successivamente si sarebbero svolte a valle, precisamente a Vigo, presso il cosiddetto 'campanile della regola', abbattuto in anni non lontani, all'ombra del quale si tenevano inoltre le pubbliche riunioni delle regole di Spinale e della vicinia di Bolzana, Vigo e Favrio, mentre i raduni dell'intera comunità di Preore avvenivano nel cimitero della chiesa curaziale dei Santi Faustino e Giovita.
Bafal è noto soprattutto per le cave del pregiato marmo nero, denominato anche paragone, un calcare organogeno carbonioso che da Ragoli prende il nome ('nero di Ragoli'), vistoso per colore - un bel nero omogeneo - e, se accuratamente lavorato e levigato, per lucentezza, utilizzato in passato nella costruzione di ornamenti, decorazioni, membrature architettoniche e arredi lapidei, destinati soprattutto agli edifici di culto quali altari, acquasantiere, balaustre, fonti battesimali, lapidi sepolcrali. Se fino alla prima metà del Seicento questo marmo veniva sovente impiegato in associazione col calcare bianco, sortendo effetti di severa austerità - ne sono esempio gli altari di San Faustino e del Rosario della Parrocchiale di Ragoli —, a partire dalla seconda metà del secolo e per tutto il Settecento, esso venne più spesso utilizzato per marcare, all'interno di scintillanti 'macchine' altaristiche molto complesse, rivestite di marmi di svariati colori, i profili delle specchiature e i particolari decorativi. Sono questi gli esiti dello sviluppo dell'altaristica lapidea di età barocca, cui la Chiesa post-conciliare aveva dato un decisivo impulso, promuovendo il rinnovamento delle fabbriche religiose anche attraverso la progressiva sostituzione degli antichi altari lignei, facilmente deperibili e considerati obsoleti, con nuove strutture marmoree, stilisticamente all'avanguardia e, soprattutto, più ricche nei materiali. I principali artefici di que¬ste trasformazioni furono, nelle Giudicarie, i lapicidi lombardi e castionesi.
L'attività estrattiva nelle cave di Bafal è documentata fino all'inizio del XX secolo; così la descrive nella sua Guida delle Giudicarie Cesare Battisti: "II paese di Ragoli [...] è noto per la ricchezza delle sue cave di marmo nero, fino ad ora poco sfruttate per difetto di comunicazioni stradali e ferroviarie. Queste cave, dalle quali si estraggono blocchi di belle dimensioni, sono nella montagna sovrastante al paese; per arrivare alle prime si impiega una mezz'ora circa; sono di proprietà del comune di Ragoli e in piccola parte di quello di Preore e sono date in affitto per tenue compenso. Ma senza salire fino alle cave, bei campioni di marmo nero si possono vedere nella chiesa di costruzione moderna [di San Faustino] posta in bella posizione elevata [...]. In essa son di marmo nero le pile dell'acqua santa, la balaustrata e le colonne dell'altar maggiore".
Le cave sono oggi del tutto abbandonate, quasi completamente invase dalla vegetazione e dai rovi, e, benché non siano del tutto esaurite, non possono essere efficacemente sfruttate a causa delle troppo sottili falde della roccia utile, fittamente intercalate da banchi di pietra poco pregevole o addirittura scadente. Le metodologie di lavorazione del marmo, infatti, si applicano a blocchi di calcare di una certa dimensione, tali da permettere la successiva operazione di segatura in lastre di più minuta pezzatura.

 

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